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      La lunga e oscura storia d'amore tra calcio e mafia

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      Foto di Robert Anders/Flickr

      Crimine

      La lunga e oscura storia d'amore tra calcio e mafia

      Di Vincenzo Marino

      Con 147 imputati rinviati a giudizio, nella giornata di lunedì 21 dicembre è arrivato il dispositivo del processo Aemilia contro la cosca del boss Nicolino Grande Arcari.

      Si tratta di una delle fasi preliminari del maxiprocesso di 'ndrangheta che inizierà nel marzo 2016, e che è già stato definito il più grande della storia: il più importante - per numero di persone coinvolte - mai celebrato fuori dai confini calabresi.

      Negli spazi della fiera di Bologna, adibita a aula bunker, lunedì scorso hanno risuonato i nomi dei rinviati a giudizio: imprenditori, politici, affiliati a vario titolo. E Vincenzo Iaquinta.

      Iaquinta - ex calciatore di Juventus e Udinese - è tra i rinviati a giudizio dell'inchiesta, e dovrà rispondere della violazione di reati di armi - probabilmente per la detenzione di due pistole di proprietà del padre - con l'aggravante di aver agito al fine di agevolare l'associazione di tipo mafioso. Al padre del calciatore, Giuseppe, è contestata la partecipazione nell'associazione.

      Nel 2006 Iaquinta è stato parte integrante della spedizione italiana in Germania alla conquista della Coppa del Mondo di Calcio, chiudendo il suo mondiale con 5 apparizioni totali, compresa una presenza nella finale contro la Francia e un gol contro il Ghana.

      Secondo l'accusa, Iaquinta avrebbe preso parte ad alcuni summit in cui figuravano anche personaggi di spicco della 'ndrangheta, in Calabria e nel Nord Italia. Tra questi, stando agli inquirenti, anche il giovane Alfonso Paolini.

      Secondo quanto riportato dai Carabinieri, la famiglia Paolini avrebbe intrattenuto "continui rapporti telefonici col calciatore Iaquinta," utili per sfruttare "merce di scambio" come "biglietti per partite di calcio, magliette, autografi ed altro materiale correlabile al mondo del calcio professionistico."

      E Iaquinta, calabrese di Crotone e campione del mondo, stando a quanto riportato da L'Espresso per lungo tempo sarebbe stato una specie di mito calcistico per le cosche—tanto che in alcune intercettazioni Antonio Gualtieri, accusato di essere il braccio finanziario di don Nicolino Grande Aracri, si sarebbe vantato di essere molto vicino all'ex Juventus.

      A questi livelli, non stupisce che la criminalità organizzata possa essere interessata a personaggi di "culto", oltre che all'ovvio interesse per le società di calcio come strumento di riciclaggio di denaro sporco.

      Come si legge la reazione della DNA di fine 2014, "la cooptazione di esponenti della criminalità organizzata alla ricerca di consenso (...) nelle squadre di calcio" consente alle organizzazioni di avere da un lato "l'accesso ad un canale di riciclaggio dei proventi delle attività illecite attraverso investimenti apparentemente legali mediante le società di calcio stesse e, dall'altro, la costruzione di un'immagine pubblica che ottenga consenso popolare, stante il diffuso interesse agli eventi calcistici."

      Il fenomeno dell'intrusione della mafia nel calcio, e l'interesse di questa per il mondo dei calciatori, era stato segnalato anche da Raffaele Cantone, attuale presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione: "Un tempo erano gli imprenditori come Berlusconi, De Laurentiis, Moratti o Della Valle ad acquistare squadre di calcio per fare affari e conquistarsi il bene della gente," spiegava l'ex magistrato. "Oggi anche la Camorra segue la stessa strategia con club medio piccoli o facendo passare l'immagine di essere in contatto con i grandi delle squadre di Serie A."

      E così come la Camorra, anche le altre organizzazioni: a parlarne, nel 2013, è l'ex reggente di una delle cosche più importanti dello jonio calabrese, Luigi Bonaventura, ritenuto vicino alla squadra del cugino Raffaele Vrenna, il Crotone.

      "Il calcio in Calabria è quasi tutto controllato dalla 'ndrangheta," spiegava a Presa Diretta, su RaiTre, nel 2013. "Ci sono decine di squadre controllate. Non è per una questione di soldi, ma di potere."

      "Controllare la squadra del proprio paese porta prestigio alle 'ndrine, crea consenso, getta le basi per il voto di scambio," e non sono poche società minori calabresi legate, in qualche modo, a storie di mafia: Interpiana Cittanova, Rosarno, San Luca, Marina di Gioiosa, Delianuova. È lo stesso Bonaventura a citare il caso di Savatore Aronica - ex Napoli, Palermo, Reggina e Messina - la cui presenza è stata segnalata al matrimonio dell'ex capo mandamento—accuse poi rigettate dall'ex calciatore di Juventus e Crotone come "ridicole."

      Tuttavia, è forse proprio per questo valore simbolico che esempi di rapporti e coinvolgimenti di vario livello fra cosche e calciatori di primo piano continuano a non mancare.

      Se negli anni, in modo più o meno accidentale, personaggi del calibro di Maradona, Balotelli, Cannavaro, Hamsik sono stati accostati a nomi discutibili della criminalità italiana, fra le storie più note, sicuramente, di recente c'è quella di Fabrizio Miccoli.

      Iscritto ad aprile nel registro degli indagati dalla procura di Palermo con l'accusa di estorsione, Miccoli avrebbe incaricato - secondo l'accusa - il figlio di un boss locale di recuperare delle somme di denaro vantata da un ex fisioterapista del Palermo Calcio.

      Ma è nel 2013 che l'ex calciatore di Lecce e Palermo è costretto a indire una conferenza stampa davanti a decine di giornalisti, e a rendere conto delle parole registrate durante un'intercettazione, nella quale avrebbe detto "Ci vediamo dove c'è l'albero di quel Fango di Falcone," con intenti chiaramente offensivi nei confronti del defunto magistrato antimafia.

      "Non sono mafioso, non mi piacciono le cose che fa la mafia," aveva spiegato fra le lacrime l'attaccante, lo stesso che - secondo gli inquirenti - avrebbe avvertito telefonicamente il nipote del latitante Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro, dicendogli di "non venire al campo, ci sono gli sbirri nuovi."

      Tuttavia al 2013, secondo una fonte di Lettera43, i calciatori del Palermo Calcio ritenuti in qualche modo vicini - a vario titolo - a esponenti della criminalità organizzata non sarebbero stati pochi.

      Nel dicembre 2014, grazie a un'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, è stato tirato in ballo anche il nome di Giuseppe Sculli, ex attaccante di Genoa e Crotone.

      A quanto emergerebbe dall'informativa depositata agli atti dell'inchiesta "Mondo di mezzo" che coinvolge gli ambienti della capitale, il calciatore - peraltro indagato nel 2012 nell'inchiesta sul calcioscommesse della Procura di Cremona - avrebbe avuto diversi incontri col presunto delfino del boss Massimo Carminati, Giovanni De Carlo, e almeno una volta - secondo gli investigatori - avrebbe addirittura incontrato l'ex NAR.

      Il padre del calciatore, Francesco Sculli, è finito in manette nell'ambito dell'inchiesta "Metropolis," lanciata contro le cosche Morabito e Aquino, che ha indagato su reati comprendenti riciclaggio e associazione mafiosa. Lo zio, don Peppe Morabito detto Tiradrittu, pare fosse invece uno dei principali boss della malavita dello Jonio reggino.

      I nomi di calciatori finiti nell'inchiesta Mafia Capitale, in modo incidentale o no, sono comunque diversi. Per lungo tempo si è parlato di Daniele De Rossi, storico vice della Roma che - stando ai tabulati a disposizione dei Carabinieri - si sarebbe trattenuto al telefono più di una volta con lo stesso De Carlo, per una discussione in un locale che avrebbe coinvolto anche l'ex difensore della squadra Mehdi Benatia.

      Secondo il Ros, inoltre, anche le compagne dell'attaccante del Bologna Mattia Destro - all'epoca alla Roma - e dell'ex Napoli Blerim Dzemaili avrebbero intrattenuto "numerosi contatti" con la stessa persona.

      Andando più indietro nel tempo, è nota la storia che coinvolge la storica bandiera della Lazio Giorgio Chinaglia,

      Indagato nel 2006 con l'accusa di riciclaggio con l'aggravante dell'articolo 7 - ossia l'aver agevolato l'attività di organizzazioni criminali - la sua posizione è stata ritenuta molto vicina a quella del clan dei casalesi, per i quali - secondo l'accusa - avrebbe dovuto favorire l'impiego dei proventi delle attività illecite per acquistare il club del quale era uno dei simboli della vittoria del primo scudetto. Chinaglia è stato poi raggiunto da un ordine di custodia cautelare, prima di morire nel 2012.

      Il campione del mondo del 2006 Vincenzo Iaquinta, intanto, dovrà attendere marzo per cominciare a conoscere che direzione prenderà il suo destino. Suo padre, invece, ha scelto il rito abbreviato.


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      Foto di Robert Anders via Flickr - Foto d'anteprima sui social di Goatling, via Flickr

      Argomenti: mafia, calcio, calcioscommesse, iaquinta, sculli, crimine, ndrangheta, cosa nostra, camorra, juventus, miccoli, criminalità organizzata

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