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      Per la cannabis terapeutica in Italia restano ancora parecchi ostacoli da superare

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      Cannabis Terapeutica

      Per la cannabis terapeutica in Italia restano ancora parecchi ostacoli da superare

      Di Leonardo Bianchi

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      In Italia l'uso della cannabis a fini terapeutici è consentito dal 2007, quando il decreto Turco ha ammesso per la prima volta i farmaci a base di Thc di origine sintetica. Nel 2013, un ulteriore decreto firmato dall'allora ministro della Salute Renato ha allargato la platea dei medicinali, riconoscendo l'efficacia di quelli di "origine vegetale a base di cannabis."

      In questi ultimi anni, inoltre, ben undici consigli regionali hanno approvato dei provvedimenti per garantire l'erogazione gratuita dei farmaci ai pazienti; solo tre, però, hanno pubblicato i regolamenti attuativi.

      Nonostante ciò, l'accesso a questo tipo di cura si scontra ancor oggi con una procedura farraginosa, i costi elevati per l'importazione dei medicinali dall'estero (principalmente dall'Olanda), la burocrazia e una certa ritrosia culturale e ideologica da parte dei medici italiani a prescrivere i farmaci cannabinoidi.

      Il risultato è che, come ricostruito in un dossier dell'associazione A buon diritto, nel 2013 solo 60 persone "hanno ottenuto l'autorizzazione ad importare questi farmaci." Di conseguenza, denuncia l'Associazione Luca Coscioni, molti pazienti fanno prima ad "affidarsi al mercato nero, con tutti i rischi che acquistare in strada sostanze non controllate può comportare."

      Un importante sviluppo in materia c'è comunque stato nel settembre del 2014, quando i ministeri di Salute e Difesa hanno inaugurato il progetto pilota per la produzione statale di cannabis terapeutica, affidandola in via esclusiva allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Quest'ultimo, stando alle dichiarazioni ufficiali, dovrebbe produrre 100 chilogrammi all'anno—una cifra che non appare comunque sufficiente a soddisfare il fabbisogno dei pazienti in Italia.

      L'ultima novità in tema di cannabis terapeutica è arrivata la settimana scorsa – più precisamente il 15 dicembre – con l'entrata in vigore del cosiddetto decreto Lorenzin, formulato in ottemperanza ad una convenzione internazionale per i paesi produttori di cannabis che prevede l'istituzione di organismi statali di disciplina e controllo.

      Il provvedimento, si legge sul sito del ministero della Salute, individua in quest'ultimo "le funzioni di organismo statale per la coltivazione della cannabis" e "contiene un Allegato tecnico rivolto a medici e farmacisti per consentire l'uso medico della cannabis in maniera omogenea in Italia."

      Oltre a ciò, il ministero comunica che i primi lotti di farmaci prodotti dallo stabilimento di Firenze saranno pronti e messi in vendita "entro il primo semestre del 2016," in ritardo rispetto ai primi annunci. Nel frattempo, dunque, si continuerà ad importare la cannabis ad uso medico. Infine, prosegue il comunicato, "la fase di Progetto pilota della produzione statale di cannabis avrà la durata di ventiquattro mesi, in cui saranno effettuate le verifiche del raggiungimento dei risultati attesi."

      Nel descrivere questo decreto, la stampa generalista si è limitata a parlare di "bugiardino" della cannabis. Secondo un articolo pubblicato su Repubblica – intitolato Cannabis di stato, istruzioni per l'uso – "il fatto che la marijuana venga trattata esattamente come le pillole e gli sciroppi in un decreto ministeriale appena entrato in vigore segna una quasi rivoluzione."

      In realtà il decreto è più vasto, così come lo sono le sue implicazioni pratiche. Non è un caso, infatti, che associazioni, medici, farmacisti e siti specializzati si siano espressi in merito con posizioni articolate e anche molto diverse tra loro.

      Interpellato sul punto da VICE News, il dottor Paolo Poli – direttore del reparto di terapia del dolore dell'ospedale di Pisa e presidente della Società Italiana Ricerca Cannabis (SIRCA) – giudica in maniera sostanzialmente positiva il provvedimento, "anche se ci sono delle imprecisioni e certe cose che dovrebbero essere migliorate."

      I punti critici "riguardano fondamentalmente le preparazioni galeniche," e alcuni "refusi per quanto riguarda il discorso della ricetta medica," in cui si fa "un po' di confusione" su "scheda paziente, scheda tecnica e ricetta." 

      I farmacisti, dice Poli, "che sono un po' sotto osservazione da parte dei Nas, non sanno bene cosa accettare. Mi sono già trovato con quattro-cinque pazienti che sono tornati indietro con la ricetta che gli avevo fatto la scorsa settimana perché non avevo messo il sesso e la data di nascita del pazientecosa che per legge non posso fare."

      Ma a parte questi problemi "tecnici," continua Poli, "siamo d'accordo su questo decreto, sulla strada che hanno preso i nostri legislatori. Il ministero non solo si farà garante del prodotto, ma anche delle eventuali coltivazioni che verranno fatte."

      Il dottore e farmacista Marco Ternelli, dal canto suo, ha precisato sul sito Farmagalenica che – in base al decreto Lorenzin – "si rende (quasi) impossibile preparare in Farmacia estratti di cannabis a base oleosa, alcolica o altro, mentre non ci sono problemi per il paziente a realizzarli a casa." L'olio o altri estratti di cannabis, continua Ternelli, "non sono stati tolti dal commercio e possono essere comunque prescritti dal medico: è 'solo' più difficile trovare una farmacia in grado di prepararli."

      Associazioni come LapianTiamo – il primo "Cannabis Social Club" italiano – hanno invece espresso un'opinione decisamente negativa. In un post pubblicato sul proprio sito, l'associazione argomenta che "stiamo ritornando maledettamente indietro di decenni," e che l'impostazione generale del decreto Lorenzin sarebbe impostata su una serie di "divieti e indicazioni che appaiono da subito scarabocchiate da burocrati."

      Una posizione critica è stata avanzata anche dall'Associazione Cannabis Terapeutica (ACT), che già ad ottobre aveva avanzato varie osservazioni sullo schema del decreto. Francesco Crestani, medico e presidente di ACT, ritiene comunque positiva "una regolamentazione nazionale che chiarisca le modalità di produzione e dispensazione, attualmente interpretate in maniera difforme da regione a regione e da azienda sanitaria ad altra."

      Al contempo, Crestani dice a VICE News che il decreto, "invece di fare chiarezza, ha suscitato tutta una serie di dubbi." A questo proposito, il presidente di ACT sostiene che i punti critici "siano molti," dall'obbligo per le farmacie "di titolare gli estratti con metodi estremamente costosi, allo status delle piante con CDB, alla confusione tra sostanza attiva e droga vegetale, alle modalità di compilazione delle ricette e delle schede di monitoraggio."

      Un altro punto controverso del decreto è il divieto di guida per i pazienti "per almeno 24 ore" dall'ultima assunzione di cannabis terapeutica. "Nemmeno per la morfina esiste un divieto esplicito del genere," spiega Crestani, "e molti malati, che con la terapia sono riusciti a tornare a una vita quasi normale, sono ora spaventati perchè hanno paura di non poter più guidare."

      A fronte di tutte queste "complicazioni," continua Crestani, "se già prima erano pochi i medici che si assumevano la responsabilità di prescrivere la cannabis, adesso saranno ancora di meno." Il rischio concreto, pertanto, è che si possa verificare un restringimento all'accesso alle cure.

      "Abbiamo già visto ricette rifiutate da alcune farmacie che interpretano il decreto in un modo, mentre per altre tali ricette sono perfettamente in ordine," racconta Crestani. "Abbiamo già visto malati rifiutare la terapia, per timore che la patente non venga più rinnovata."

      Più in generale, il decreto arriva in un momento in cui il dibattito pubblico sulla cannabis sembra aver fatto dei notevoli passi avanti rispetto solo a qualche anno fa. Questi sviluppi, del resto, accompagnano e riflettono anche le relative evoluzioni in ambito medico e scientifico.

      "Sono sempre più i medici e i farmacisti interessati, anche perché le evidenze scientifiche sono sempre maggiori," afferma Crestani. "Chi ha provato ha visto che spesso vi sono buone risposte terapeutiche in varie patologie, e naturalmente anche la richiesta da parte dei malati è aumentata."

      Da un lato, prosegue il presidente di ACT, "spetta dunque ai medici non alimentare false illusioni nei malati – che spesso sono fuorviati da messaggi secondo cui la cannabis sarebbe quasi una panacea – e fugare i timori di coloro che pensano si tratti di una 'droga' terribile e devastante."

      Dall'altro, conclude Crestani, spetta allo Stato fare chiarezza sulle norme che regolano l'accesso alla cannabis terapeutica, e soprattutto rendere "finalmente disponibile una sostanza italiana a basso costo."


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      Argomenti: cannabis, cannabis terapeutica, lorenzin, droghe, droghe leggere, politica, droga

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