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      Il curioso caso del presunto “Generale” dei trafficanti processato dall’Italia

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      Foto di Francesco Bellina/VICE News

      Inchiesta

      Il curioso caso del presunto “Generale” dei trafficanti processato dall’Italia

      Di Giuseppe Francaviglia

      L'8 giugno 2016, le maggiori testate italiane e mondiali davano la notizia dell'arresto del "re dei trafficanti": Medhane Yehdego Mered, eritreo di 35 anni, era stato bloccato a Khartum, in Sudan, ed estradato in Italia.

      Per la procura di Palermo, si trattava di uno dei più attivi sulla rotta libica-subsahariana.

      Fin dalle prime ore successive all'arresto e all'estradizione in Italia, però, sono sorti diversi dubbi sull'identità del presunto trafficante, definito "Il Generale".

      A essere detenuto da otto mesi nel carcere Pagliarelli di Palermo sarebbe infatti Medhanie Tesfamariam Berhe, 29enne eritreo, che si ritrova accusato d'essere uno dei trafficanti di esseri umani più ricercati al mondo.

      "L'abbiamo preso"

      Lo scorso lunedì 10 gennaio, l'avvocato del ragazzo—Michele Calantropo—ha presentato ai giudici di Palermo un documento.

      Si trattava della certificazione del ministero degli Esteri eritreo dell'autenticità del documento di Berhe. La dimostrazione, confermata da un organo istituzionale, della reale identità del giovane eritreo, ribadita dal suo avvocato sin dal momento dell'arresto in Sudan.

      Per la procura, quella del ministero eritreo non si tratterebbe però di una prova decisiva: per i pubblici ministeri, Geri Ferrara e Claudio Camilleri, il giovane estradato in Italia dal Sudan è effettivamente il trafficante.

      Allo stato attuale, dunque, la Procura di Palermo avrebbe mandato a processo una persona con l'accusa di essere a capo di un'organizzazione criminale capace di "gestire" fino a 200mila migranti. Ma, a quanto pare, "Il Generale" potrebbe non essere lui.

      La carta di identità di Medhane Tesfamariam Berhe e il suo tesserino universitario.

      L'operazione era frutto di una collaborazione internazionale fra servizi segreti italiani, sudanesi, e la Britain's National Crime Agency (NCA), con l'aiuto dell'ambasciata britannica in Sudan.

      Il clamore suscitato dalla notizia è stato forte, così come la soddisfazione dei principali attori.

      Già la notte del 7 giugno l'NCA pubblica sul suo sito la notizia dell'arresto di quello che definisce "uno dei trafficanti più ricercati," sottolineando l'importanza del proprio ruolo nell'operazione.

      Persino l'Ambasciata Britannica a Khartum, dalla sua pagina Facebook, si era affrettata a ringraziare il ministero degli Esteri Britannico e quello Italiano per il loro apporto cruciale.

      I primi grossi dubbi, però, sono emersi già poche ore dopo l'arrivo in Italia.

      Secondo il Guardian, prima testata a parlare di presunto scambio di persona, quello in mano alle autorità italiane non sarebbe affatto Medhanie Yehdego Mered, il trafficante su cui pende un mandato di cattura internazionale della Procura di Palermo.

      Si tratterebbe invece di Medhanie Tesfamariam Berhe, ragazzo di 29 anni che avrebbe fatto il servizio militare in Eritrea fino al 2014, poi fuggito in Etiopia per poi raggiungere il Sudan. E che come molti suoi connazionali, si apprestava ad intraprendere la traversata per arrivare in Europa.

      In comune con il trafficante avrebbe avuto solo il nome, Medhanie: piuttosto comune in Eritrea, e paragonabile ai "Salvatore" o ai "Michele" italiani.

      Già il 9 giugno, il Guardian pubblicava le testimonianze di tre persone, contattate proprio dall'avvocato Calantropo, che sostenevano la tesi dello scambio di persona.

      Addirittura un coinquilino di Berhe a Khartum affermava che a un certo punto a fine maggio il suo coinquilino era scomparso, e che lo avrebbe rivisto solo sulla scaletta di un aereo a Roma.

      The English Job

      Al sorgere dei primi dubbi sull'identità dell'arrestato—già poche ore dopo l'arrivo in Italia del ragazzo—il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva voluto rassicurare tutti sul fatto che le autorità stavano "lavorando alle verifiche del caso."

      Il Capo della Procura di Palermo, Francesco Lo Voi, definì il caso "singolare", sottolineando però che "la gestione dell'operazione" era stata "condotta dalla NCA britannica e dalle autorità sudanesi."

      E in effetti, sono stati gli inglesi della NCA a occuparsi della cattura del sospettato.

      "Anche questo dettaglio non è banale," spiega l'avvocato Calantropo a VICE News. "Questi sono casi che solitamente impegnano l'MI6, i servizi segreti britannici, e non la NCA—che è l'equivalente dell'FBI."

      Anche perché se gli italiani vogliono acciuffare Mered, hanno la necessità di essere supportati da Londra—che in Sudan gode di rapporti extra-diplomatici—in Italia sulla testa del suo presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir pende un mandato di cattura emesso dal Tribunale penale internazionale per genocidio.

      In Sudan, però, risiedono oltre 200.000 eritrei, e Khartum è una tappa obbligatoria per chi vuole imbarcarsi dalla Libia. Per i pm, quindi, Mered potrebbe nascondersi lì.

      Nella ricostruzione fatta dal Manifesto il 12 ottobre 2016, e confermata dall'avvocato Calantropo, il 21 gennaio del 2016 Roy Goddingal—agente NCA nel Corno d'Africa—avrebbe inviato una mail al procuratore di Palermo, Gery Ferrara, comunicandogli di aver trovato a Khartum un uomo che sembra rispondere all'identikit del ricercato.

      La conferma arriverebbe da tre chiamate dirette a un trafficante di uomini di stanza in Libia, partite dal cellulare del sospetto. Il 24 maggio Medhanie/Mered/Berhe viene poi arrestato in un bar di Khartum a pochi passi dal suo appartamento.

      Nel corso dell'irruzione, in casa dell'arrestato—però—non si trovano armi o indizi. Anche i suoi coinquilini risultano puliti. Eppure secondo gli inquirenti quello era un uomo che faceva "la bella vita in Sudan, scortato da uomini armati" e che intascava "100mila dollari per ogni viaggio."

      L'agente Godding è comunque sicuro, e consegna il ragazzo nelle mani degli italiani.

      Foto di Francesco Bellina/VICE News

      L'errore però potrebbe essere decisamente banale, al limite del grottesco. Come risulta anche dalla pagina del suo sito, la NCA britannica si riferisce al "Generale" usando esclusivamente il nome Medhanie, che però è uno dei nomi più comuni tra gli eritrei

      Sembra inoltre che nelle mail con il procuratore di Palermo, l'agente Godding parli del ricercato usando sempre quel nome.

      Per l'avvocato Calantropo è quello il peccato originale: "Medhanie è il corrispettivo di 'Salvatore' o 'Giuseppe' in Sicilia," spiega. "L'equazione fatta dalla NCA deve essere stata 'Nome + Telefonate ad un trafficante = È il nostro uomo'. Peccato che il mio assistito si chiami Medhanie Tesfamariam Berhe," mentre il presunto 'vero' trafficante si chiamerebbe Medhanie Yehdego Mered.

      "Anche per questo—aggiunge Calantropo—ho chiesto che nel processo vengano sentiti anche gli agenti NCA che hanno lavorato al caso."

      Le operazioni "Glauco"

      Il mandato di cattura internazionale a carico di Medhanie Yehdego Mered, "Il Generale", scatta nell'Aprile 2015—cioè quando si conclude la cosiddetta operazione Glauco 2.

      L'inchiesta— coordinata dal procuratore palermitano Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Maurizio Scalia, e che aveva scoperto le irregolarità nella gestione del Cara di Mineo—aveva portato alla luce una vasta e complessa rete criminale formata da cittadini eritrei, etiopi, ivoriani e ghanesi.

      Un network che negli ultimi anni che avrebbe monopolizzato—secondo gli inquirenti—i flussi migratori verso la Sicilia trasportando fino a 200mila persone.

      I trafficanti organizzavano l'intero viaggio, gestendo anche la fuga dei migranti dai centri di prima accoglienza in Sicilia, e trasportandoli alle destinazioni finali, quasi sempre in Nord Europa. Tutto a fronte del pagamento di migliaia di euro.

      L'operazione nasceva dalla precedente inchiesta, "Glauco 1", nata dopo il naufragio di un barcone davanti alle coste di Lampedusa nell'ottobre del 2013.

      Alla chiusura dell'inchiesta, "Il Generale" Medhanie Yehdego Mered era quindi uno dei principali ricercati al mondo. I procuratori di Palermo Maurizio Scalia, Gery Ferrara e Claudio Camilleri, nel 2015 ne tracciavano un profilo dettagliato nelle carte di "Glauco 2": uno che parla dei migranti come di merce da caricare e scaricare, e che nelle intercettazioni si vantava di essere il nuovo Gheddafi.

      "Quest'anno ho lavorato bene," ripeteva al telefono: "ne ho fatti partire 8mila." I suoi profitti sono a sei zeri. Una montagna di soldi che sarebbero custoditi in un conto a Dubai.

      C'è poi una foto: capelli ricci lunghi pettinati all'indietro, baffi, la mano destra appoggiata alla macchina, quella sinistra infilata nella tasca dei jeans. Sopra la maglietta azzurra un grosso crocifisso d'oro appeso al collo.

      La foto che identificherebbe Mered.

      Il 7 giugno 2016, il mondo—soprattutto italiani e inglesi—sono convinti di averlo preso.

      Chi è davvero "Il Generale"?

      Il 10 giugno scorso, subito dopo essere arrivato a Roma, il presunto Mered viene interrogato.

      Qui entra in scena Michele Calantropo, l'avvocato palermitano, che non solo proclama l'innocenza del suo cliente, ma aggiunge che l'arresto e l'estradizione dello stesso sarebbero proprio un caso di scambio di persona: il suo assistito si chiama Medhanie Tesfamariam Berhe, ha 29 anni, e con il traffico di persone non c'entra nulla.

      Come prova, l'avvocato Calantropo consegna ai giudici italiani sia gli account social di Berhe—decisamente diversi da quelli di Mered—che i documenti eritrei del ragazzo. E questi confermerebbero la tesi dello scambio di persona.

      L'errore sembra essere davvero di quelli grossi, di quelli che creano enorme imbarazzo. Eppure né le autorità italiane, né quelle inglesi, ammettono il potenziale l'errore.

      Incalzato dai media inglesi, un portavoce dell'NCA si limita a dichiarare di aver fiducia nei confronti dell'intelligence.

      Da Palermo, Maurizio Scalia—procuratore capo—conferma che si comincerà ad investigare sul possibile scambio di identità, anche perché "il sospettato è stato molto collaborativo e ha risposto a tutte le domande."

      "Ha ammesso di aver fatto delle chiamate ad alcuni trafficanti," aggiunge il procuratore.

      Chiamate che secondo Calantropo, Berhe avrebbe fatto proprio perché si stava preparando per partire alla volta dell'Europa.

      Il processo

      I pm sarebbero però in possesso di tre conversazioni intercettate che confermerebbero l'irreprensibilità dell'operazione. Durante la prima udienza del processo preliminare, il 4 luglio 2016, il contenuto di quei dialoghi viene svelato.

      Nelle conversazioni, il ragazzo sospettato parla da Karthoum, e in realtà non vuole sentire i trafficanti ma un giovane eritreo che conosce bene: si chiama Kezete, ed è in partenza dalla Libia.

      Il ragazzo da Karthoum lo rassicura: dice che ha parlato con i suoi famigliari, e che faranno avere i soldi per imbarcare Kezete quanto prima. In sostanza, la 'normalità' per 'viaggi' come questi, nei quali i profughi sono costretti a consegnare i propri cellulari ai trafficanti. Sono poi loro a contattare i famigliari o gli amici per accertarsi che abbiano saldato il conto della traversata.

      È questa la tesi dell'avvocato Calantropo: "Il mio cliente ha comunicato con alcuni trafficanti al telefono solo per poter parlare con suo amico che doveva attraversare il Mediterraneo. Ma questo non fa di lui un trafficante. Se sono eritreo, e voglio raggiungere l'Europa, difficilmente vado in aeroporto..."

      Le intercettazioni vengono utilizzate dagli inquirenti per confrontare la voce dell'uomo arrestato con quella di Mered, intercettato nel 2014. L'esito della perizia fonica risulta però—stando a quanto riportato dal Manifesto e confermato dal legale—"inconcludente": secondo il perito del tribunale infatti "non è possibile affermare che la voce di Mered sia la stessa dell'uomo arrestato."

      Foto di Francesco Bellina/VICE News

      Nel frattempo continuano a saltar fuori testimonianze di persone che non riconoscono, nel ragazzo detenuto a Palermo, questo famigerato "Generale".

      Il 2 luglio arrivano in Sicilia, come testimoni del processo, due eritrei giunti in Europa su uno dei barconi di Mered.

      Uno dei due racconta: "Il Generale mi ha truffato. Dovevo partire per l'Europa, avevo pagato il mio biglietto. Ma durante il viaggio Mered ha venduto me ed altri compagni ai beduini. Ci hanno torturati per 10 mesi. Molti dei miei compagni sono morti, io sono riuscito a salvarmi. Quando sono arrivato in Libia l'ho rivisto lì quel bastardo. Sparava in aria con un fucile e fumava hashish."

      Il ragazzo detenuto a Palermo, però, non lo riconosce: "Non so chi sia l'uomo che gli italiani hanno arrestato, ma di certo non è Mered."

      I pm, alla fine, non ritengono le loro testimonianze attendibili. I giudici di Palermo chiedono di "accorpare" il procedimento a carico di Mered Yedhego con l'altro procedimento già in corso: quello denominato "Glauco 2".

      Il 21 settembre il gip Alessia Geraci rinvia a giudizio l'eritreo arrestato estradato dal Sudan, con l'accusa di essere uno dei trafficanti di esseri umani più pericolosi al mondo. Il processo al 'presunto' Mered Yehdego Medhane comincerà il 16 novembre.

      A Roma conoscono "un altro Mered"

      Già da luglio 2014, la Procura di Roma indaga sugli sbarchi a Lampedusa. È nell'ambito di queste indagini che il 18 settembre viene arrestato il 29enne eritreo Seifu Haile.

      Insieme ad altri quattro complici, è accusato di gestire una "struttura sulla falsariga di un tour operator," dedita però agli sbarchi clandestini.

      Un'industria, si legge nell'ordinanza, "compatibile con lo stato di schiavitù"—si parla di "consegne e scambi di migranti" che possono essere utilizzati anche "come donatori d'organi a seconda di come intendano saldare il debito con l'organizzazione."

      Anche in queste Medhanie Yehdego Mered viene intercettato e identificato come uno dei principali trafficanti di questa organizzazione criminale. Di lui, a partire dal febbraio 2015, gli inquirenti tracciano un profilo dettagliato, con profili Facebook, numeri di telefono e foto.

      Soprattutto la famosa foto con il crocifisso.

      Estratto dell'Annotazione di Polizia Giudiziaria alla Procura di Roma in riferimento al colloquio investigativo in carcere con il detenuto Seifu Haile, maggio 2015.

      Così, il 3 giungo 2015—più di un anno prima del caso dell'eritreo estradato dal Sudan—Seifu Haile riconosce Mered nella foto che gli investigatori gli mostrano durante l'interrogatorio, certificandone dunque gli account Facebook—che, come viene riportato nelle conclusione del verbale, la "procura generale stava monitorando da tempo e che quindi appaiono indubbiamente riconducibili ai trafficanti in questione."

      Estratto dell'Annotazione di Polizia Giudiziaria alla Procura di Roma in riferimento al colloquio investigativo in carcere con il detenuto Seifu Haile, maggio 2015.

      Proprio l'acquisizione di quel verbale viene richiesta dall'avvocato Calantropo un anno dopo, come prova dello scambio di persona di cui sarebbe vittima il ragazzo eritreo arrivato in Italia la notte del 7 giungo 2016.

      "Quando Seifu Haile riconosce Mered nella foto non conosce Berhe—che sarebbe stato arrestato più di un anno dopo—né gli viene sottoposta alcuna foto comparativa del mio assistito. Identifica Mered in un'altra persona, con un'altra faccia e con un altro profilo Facebook. Tutto questo già un anno prima".

      "Le procure di Palermo e Roma avevano già tracciato un profilo più che dettagliato di Mered," continua l'avvocato Calantropo. "Come è possibile che venga scambiato a distanza di un anno con un ragazzo che non combacia per nulla con quel profilo?"

      Le prove contro Berhe

      Arma principale dell'accusa contro Berhe è il cellulare che gli è stato sequestrato al momento dell'arresto, e di cui il ragazzo non ha mai smentito l'utilizzo.

      Come si legge dall'esame sul telefono eseguito dal consulente della Procura, vengono trovate immagini con scene definite di "cannibalismo".

      Secondo gli inquirenti queste sarebbero chiare prove dei rituali e delle violenze cui vengono sottoposti i migranti che non pagano per la traversata.

      Estratto della relazione di consulenza tecnica effettuata sul cellulare dell'imputato per il Tribunale di Palermo.

      "Peccato che questo slancio investigativo—precisa Calantropo— sia stato smontato semplicemente ricercando su Google quello stesse foto, scoprendo così che l'Ambasciata thailandese del Sud Africa specifica in una nota del 2009 che quelle immagini si riferiscono a un rito di purificazione dei cadaveri che si chiama Lang Pa Cha.

      Quello che rende il tutto ancora più grottesco è che l'ambasciata thailandese del Sud Africa fu costretta a spiegare ciò che le immagini ritraevano perché un suo consulente, tale Kudatara Nagaviroy, aveva ricevuto delle mail con la richiesta di spiegazioni riguardo un file chiamato "Metlholo", che stava girando e provocando terrore.

      Insomma l'ambasciata fu costretta a rettificare una bufala. La stessa bufala in cui sembra essere caduta anche la Procura di Palermo. Sei anni dopo.

      "Queste foto erano sul cellulare del mio cliente per una ragione decisamente più banale," spiega Calantropo: "Lui è cristiano, e un suo amico di un altro credo gli aveva mandato quelle immagini come scherzo, senza dubbio macabro, dicendogli: 'Guarda che se non ti converti ti finisce così'."

      Altre prove che secondo l'accusa sarebbero schiaccianti—sempre ritrovate attraverso l'analisi del cellulare—sarebbero poi i video ricercati su Youtube di documentari con migranti che effettuano la traversata del deserto—uno di questi, addirittura di VICE News.

      Estratto della relazione di consulenza tecnica effettuata sul cellulare dell'imputato per il Tribunale di Palermo.

      Inoltre, attraverso l'analisi dei cookie, si è scoperto che da quel cellulare era stata visitata la pagina sea-conditions.com, per consultare le previsioni meteo marine del Mediterraneo.

      Estratto della relazione di consulenza tecnica effettuata sul cellulare dell'imputato per il Tribunale di Palermo.

      "Quello che stiamo cercando di spiegare agli inquirenti—racconta Calantropo—è che gli eritrei a Khartum non hanno tutti un iPad, un iPhone, un cellulare, ma la maggior parte delle volte lo stesso viene utilizzato da più soggetti. E chiunque utilizzi quei telefoni ovviamente parla, scrive e chatta con chi e come vuole."

      "Oltretutto—continua—bisognerebbe capire che gli eritrei rifugiati in Sudan hanno una sola cosa in mente: andarsene, magari in Europa." Basta leggere l'ultimo report di Amnesty International, per capire che quel paese è un inferno, in particolare per chi non è sudanese.

      "È quindi ovvio che il principale argomento fra gli eritrei sia come andarsene, come riuscire a procurarsi un mezzo per scappare. E purtroppo se sei un rifugiato eritreo in Sudan, spesso l'unico modo per andartene è affidarti ad un trafficante."

      Secondo l'avvocato Calantropo c'è dell'altro. Molte delle traduzioni dal tigrino—la lingua più parlata in Eritrea—fatte dalla Procura appaiono superficiali, se non addirittura erronee in svariati punti.

      "L'esempio più lampante—spiega l'avvocato—è quello della traduzione della parola parika, che un interprete della Procura traduce come barca. Ovviamente all'interno di un'indagine per traffico di essere umani, la parola barca viene immediatamente ricondotta ad un certo tipo di attività. Peccato che in realtà significhi perché, e non barca. Capite che questo cambia totalmente il significato di una frase."

      I colpi di scena di novembre

      Proprio nel giorno in cui era fissata la prima udienza del processo contro il presunto Mered, il Guardian pubblica delle foto del vero Medhanie Yehdego Mered. Sono foto del "Generale" ad un matrimonio, mentre posa con la famiglia e la sposa, danza con gli amici, mangia un pezzo di torta nuziale imboccato dalla sposa.

      La differenza fra l'uomo nelle foto e l'uomo in carcere è palese, chiara e limpida.

      Il vero colpo di scena, però, avviene sei giorni dopo. Dal suo account Facebook—confermato da due fonti—Medhanie Yehdego Mered scrive in un messaggio privato in tigrigno: "Hanno fatto un errore con il suo nome—ma tutti sanno che non è un trafficante... Spero verrà rilasciato perché non ha fatto niente. Non possono fargli nulla."

      Il processo continua

      Riassumendo, l'Italia sta dunque processando un ragazzo accusato di essere uno dei principali responsabili della tratta dei migranti, nonostante sin dalle prime ore dopo l'arresto:

      • Non si sia mai riuscito a trovare un testimone contro Berhe;
      • Gli esperti scelti dalla Procura non siano riusciti a verificare la corrispondenza fra la voce di Mered intercettata nel 2014 e quella di Berhe;
      • Il ragazzo sotto processo sia decisamente diverso da quello delle foto di Mered;
      • Il ministero degli Esteri eritreo abbia riconosciuto i documenti d'identità di Berhe;
      • Le foto trovate sul cellulare di Berhe, considerate dai pm una chiara prova delle pene inflitte da Mered ai migranti, siano in realtà foto scaricate da un sito asiatico;
      • Due vittime di Mered non abbiano riconosciuto Berhe.

      Persino l'unico collaboratore di giustizia che in un primo momento aveva "riconosciuto" Il Generale nel ragazzo arrestato, incalzato dalle domande dell'avvocato Calantropo nell'udienza del 17 gennaio, ha smentito la sua precedente versione.

      "Onestamente ritengo che ormai la Procura si ostini a sostenere l'insostenibile," spiega a VICE News l'avvocato Calantropo.

      Il deputato di SI-SEL Erasmo Palazzotto ha depositato il 16 gennaio scorso un'interrogazione al ministero dell'Interno per sapere "quali siano state le procedure eseguite al momento dell'arrivo in Italia per accertare la reale identità dell'uomo arrestato in Sudan, e se le autorità di Polizia abbiano, anche alla luce dei fatti riportati dalla stampa e citati dall'interrogante, proceduto ad ulteriori accertamenti in merito all'identità dell'uomo attualmente agli arresti nel nostro paese."

      Ad oggi, non si sa quando il processo si concluderà, ne se è possibile prevedere la conclusione del primo grado di giudizio. Si prospetta, però, ancora un lungo periodo in carcere per Berhe.

      Probabilmente il grosso problema è che, oltre alla vita di un ragazzo di 29 anni, in gioco c'è anche la reputazione di due governi—quello italiano e quello inglese—e la credibilità dei loro servizi.

      L'8 giugno 2016 è stata data in pompa magna la notizia dell'arresto del re dei trafficanti. Ora, spiegare che si trattava della persona sbagliata creerebbe un imbarazzo forse troppo difficile da gestire.

      Intanto Berhe—da lunedì scorso è certo che si chiami così l'eritreo in carcere—è all'ottavo mese di carcere al Pagliarelli di Palermo. Chissà a questo punto dove sarà "Il Generale".


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      Argomenti: inchiesta, medhane yehdego mered, sudan, medhanie tesfamariam berhe, il generele, traffico, trafficante, migranti, crisi dei migranti, sicilia, italia, glauco

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