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      È arrivato il momento di parlare seriamente di 'mansplaining' in Italia

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      Il caso di Bertolaso che consiglia alla Meloni di fare la mamma, e quello della Boldrini "bambola gonfiabile" di Salvini.

      Italia

      È arrivato il momento di parlare seriamente di 'mansplaining' in Italia

      Di Cristiana Bedei

      La settimana scorsa è morta Tina Anselmi, nota politica italiana della Prima Repubblica e prima donna e diventare ministro.

      In quelle ore la giornalista italiana Marina Petrillo, su Facebook, ha scritto:

      Il fatto che il primo ministro donna della storia d'Italia, e quindi una figura altamente simbolica per la storia recente del paese, venisse raccontata in modo quasi esclusivo da politici e giornalisti uomini rappresenta, in un certo senso, una forma di mansplaining.

      Chi pensa di saperne di più di termodinamica di un'astronauta della NASA? O di poter spiegare come andare in bicicletta a una ciclista olimpica? Chi va a dire a un'astrofisica di studiare un po' di 'vera scienza'? Sono tutti episodi realmente accaduti. E la risposta è - apparentemente - un uomo.

      Questo, tecnicamente, si chiama mansplaining.

      "Il termine è nato per descrivere un modo di parlare paternalista e condiscendente di un uomo nei confronti di una donna," mi spiega Benedetta Pintus, giornalista e fondatrice del progetto femminista Pasionaria. "In genere, su temi in cui è meno qualificato della persona con cui sta parlando."

      Da Wall Street allo spazio cosmico, passando per i giochi olimpici e le elezioni presidenziali americane: ovunque le donne arrivino a conquistare traguardi e posizioni di rilievo, il sessismo che da sempre le precede non tarda a farsi sentire, anche attraverso manifestazioni meno apertamente aggressive — come, appunto, il mansplaining.

      L'argomento è stato trattato e sviscerato a livello mondiale in molti modi. Tra i contributi che più hanno circolato in questi mesi, per esempio, c'è questo video di ATTN che ha superato 40 milioni di visualizzazioni.

      Il filmato ha fatto la sua apparizione anche nella sfera Facebook italiana, in un paese in cui - com'è tristemente ovvio - i casi di mansplaining non mancano.

      Basta ripensare ad alcuni gravi episodi occorsi negli ultimi mesi, come quello in cui il leader della Lega Matteo Salvini ha paragonato la presidente della Camera Laura Boldrini a una bambola gonfiabile, o agli insulti rivolti alla ex-candidata sindaco di Milano. O ancora - e più semplicemente - basta guardare un qualsiasi dibattito televisivo per accorgersi della quotidianità della cosa.

      "Il fatto che un uomo si senta - solo perché uomo o per condizioni di potere che può avere rispetto alla donna con cui sta parlando - in diritto di saperne di più o di dover spiegare alla sua interlocutrice un argomento su cui magari è poco ferrato, si basa ovviamente su pregiudizi sessisti," chiarisce Pintus.

      Ad esempio, sull'idea che le donne non riescano a comprendere concetti complessi, che abbiano bisogno di ricevere molte spiegazioni, o che non possano affidarsi al proprio giudizio perché annebbiato da un'eccessiva emotività.

      "Casi più generici [di mansplaining]: quando gli uomini vogliono spiegare alle donne che cosa fare con il proprio utero, quindi quando si parla di diritti produttivi, di interruzione volontaria di gravidanza," aggiunge. "Mi viene in mente Bertolaso che dice alla Meloni che non avrebbe dovuto candidarsi a sindaco [di Roma] perché era incinta."

      Il confine è labile. Più che di mansplaining, in questo e altri casi, è forse giusto parlare di sessismo bello e buono sostiene Federica Giardini, professoressa di filosofia politica all'università di Roma Tre e esperta di studi e politiche di genere.

      "[Questi sono episodi che] trovo apertamente sessisti, proprio con una limpidezza e una chiarezza che invece la postura paternalistica tende a nascondere," commenta.

      Secondo Giardini, il mansplaining - che lei definisce come una postura maschile nell'interlocuzione pubblica con le donne - è inestricabilmente collegato alla questione del politically correct.

      "Non a caso [mansplaining] è un'espressione ripresa dalla lingua inglese. Le società di lingua inglese hanno elaborato, rispetto alle questioni poste dal genere, delle policy di correttezza," spiega. Correttezza linguistica che riflette però indicazioni più profonde sul tipo di atteggiamento che si addice alla sfera pubblica.

      "Danno indicazioni su ciò che non va fatto quando ci si rivolge a una donna, ma in generale sui rapporti e sui discorsi che riguardano le minoranze. E il genere è trattato alla stregua di una minoranza, verso la quale avere una serie di cautele."

      Perciò, all'interno di un contesto in cui sono state delineate le caratteristiche per un comportamento più giusto e corretto, come risorge la pulsione di affermare il potere e la supremazia dell'uomo rispetto alla donna? Con il paternalismo, sostiene Giardini.

      "Il paternalismo, l'idea di un'interlocuzione che è rispettosa e insieme si pone nella posizione preliminare di chi consiglia, di chi orienta, è il modo per riformulare questa posizione superiore del maschile rispetto al femminile in un modo che però non scandalizzi, in un modo che non infranga delle regole assunte dalla comunità," spiega.

      È per questo che in Italia atteggiamenti come il mansplaining per sé sarebbero ancora poco diffusi: perché decliniamo queste forme di sessismo in un altro modo.

      "Penso che è più tipico delle società che hanno questo filtro della correttezza, del comportamento pubblico. Da noi i giochi sono più scoperti, nel bene e nel male."

      Nel nostro paese, stando a Giardini, esistono dinamiche diverse ed è presente una polarizzazione che vede da una parte gli episodi di violenza, in cui l'esercizio della superiorità maschile assume connotati tragici; dall'altra, rimane l'autorevolezza della figura femminile in famiglia e nella comunità.

      "Abbiamo ancora il permanere di un ascolto della parola femminile. Spesso si dice che siamo un paese e una cultura che attribuisce un'importanza eccessiva alle madri, e questo infantilizza i figli maschi, eccetera. Ma c'è anche un risvolto positivo."

      È invece nel confronto diretto che appare chiaramente che siamo semplicemente indietro. "Laddove le istituzioni politiche mirano ad adottare il modello egemonico statunitense, noi siamo ancora alle prese con le ministre che non sono titolari del discorso politico. Vengono chiamate come fiore all'occhiello di una parità di genere nelle istituzioni ancora da completare," commenta Giardini. Che conclude: "In Italia non abbiamo atteggiamento paternalistico perché siamo in una fase ancora precedente."

      Ma ci sono pareri contrastanti, a riguardo. Pintus, per esempio, pensa invece che il fenomeno sarebbe più diffuso di quanto ci si renda conto, anche se spesso difficile da individuare.

      "Credo che le donne, in quanto donne, incontrino nella loro vita episodi - anche di mansplaining - in cui sentono un disagio, un fastidio, che non riescono a definire. E che però internalizzano e normalizzano per mille motivi, che possono esser il quieto vivere, il fatto che sei in una posizione in cui non puoi far valere le tue opinioni o altro," spiega.

      "Penso quindi che le donne possano sentire un disagio che però non definiscono come discriminazione, o come mansplaining."

      Bisogna continuare ad agire sull'educazione, insiste Pintus. Sia nei maschi che nelle femmine, perché il fenomeno venga riconosciuto sempre più facilmente e contrastato.

      "È un processo lento, ma è importante che si riconosca che questo fenomeno esiste," spiega." E il primo passo potrebbe essere più elementare di quanto si pensi: "Quello che dovremmo fare tutti e tutte è farci caso."


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      Argomenti: italia, diritti, donne, mansplaining, politica, uguaglianza

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