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      Così la mafia cerca di controllare e intimidire la stampa in Italia

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      Intervista

      Così la mafia cerca di controllare e intimidire la stampa in Italia

      Di Claudia Torrisi

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      Nell'ultima classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa, l'Italia si è classificata alla 73esima posizione su 180 — un solo punto sopra il Nicaragua.

      Senza contare, inoltre, che nell'elenco dei "100 eroi dell'informazione" - stilato sempre da RSF - in mezzo a cronisti che lavorano all'interno di regimi dittatoriali, o in zone di guerra e controllate dai narcos, ci siano anche due italiani.

      Il primo giornalista menzionato nel rapporto di RSF è Lirio Abbate de L'Espresso, che da anni si occupa di mafia, cosa che lo costringe a vivere perennemente sotto scorta.

      L'altro invece è Pino Maniaci, direttore di Telejato, piccola emittente che trasmette da Partinico - comune di 30mila abitanti in provincia di Palermo - che nel corso degli anni ha ricevuto decine di minacce, aggressioni fisiche, e "qualcosa come 40 gomme tagliate" e "tre macchine bruciate." Maniaci oggi è costretto a indossare un busto per la schiena, spiega, "perché sono stato fracassato dai pugni e tuttora ne porto i segni."

      La testimonianza di Maniaci è contenuta nella relazione della Commissione sui giornalisti minacciati dalle mafie, approvata pochi giorni fa all'unanimità dalla Camera. Il documento è il frutto di 34 audizioni svolte dal luglio 2014 con l'obiettivo di indagare il rapporto tra criminalità organizzata e informazione.

      Il quadro risultante non è particolarmente incoraggiante: i contatti tra malaffare e media in Italia sono continui, e spesso il tentativo delle mafie di esercitare un controllo si trasforma in un cappio stretto attorno al collo dei giornalisti — specialmente in provincia.

      La Relazione elenca i dati dell'osservatorio Ossigeno per l'informazione, che ha censito dal 2006 al 31 ottobre 2014 un totale di 2060 "minacce, attentati, avvertimenti ai danni di migliaia di giornalisti," con un repertorio che va da pallottole recapitate a casa, ordigni inesplosi, telefonate minatorie, aggressioni fisiche e azioni legali di risarcimento pretestuose.

      A differenza di quanto si potrebbe pensare, non si tratta di un fenomeno che riguarda solo il sud: nel 2014 "solo Val d'Aosta e Molise non hanno registrato aggressioni o intimidazioni contro l'informazione."

      Giornalisti minacciati in Italia, 2006-2016. Dati di Ossigeno per l'informazione

      La presidente della commissione antimafia Rosy Bindi ha definito l'approvazione della relazione "un risultato molto significativo." In effetti, nonostante l'Italia possa contare un numero considerevole di giornalisti persino uccisi a causa del loro lavoro negli ultimi decenni, la relazione è un documento inedito nel nostro paese, dove di certi temi non si parla e disegni di legge sulla diffamazione ristagnano in Parlamento.

      Ho contattato Claudio Fava, vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia e coordinatore del comitato che condotto l'indagine, per chiedergli qual è la situazione e cosa potrebbe cambiare.

      VICE News: Che tipo di rapporto esiste oggi in Italia tra giornali e mafie?
      Claudio Fava: Quello tra l'informazione e le organizzazioni criminali è un rapporto complesso e allo stesso tempo drammatico. Le mafie hanno bisogno del consenso, e questo si ottiene anche intimidendo e condizionando la stampa. Non solo c'è una quantità sempre crescente di giornalisti nel mirino, i quali subiscono violenze e minacce, ma anche di giornali - sacche marginali ma allo stesso tempo consistenti sul piano geografico dell'informazione - che si sono adagiati su forme di espressione reticenti, silenziose e consociative verso la mafia.

      Tra i giornalisti citati nella relazione ci sono pochi nomi conosciuti, e sembra emergere parecchio sommerso. Gli italiani quanto sono al corrente della situazione, secondo lei?
      Molto poco. Si conosce solo la parte più visibile, quella più raccontata, quella che passa attraverso le storie dei giornalisti più conosciuti. Alle loro spalle, però, c'è un mondo non perlustrato in cui tanti piccoli eroi fanno il proprio lavoro con fatica sempre maggiore. E la fatica non sta solo nel fatto che non parlino delle tue minacce, dei tuoi rischi e dei tuoi pericoli, ma anche nel fatto che non parlino delle storie che tu racconti. Al di là degli attestati generici di solidarietà che non si negano a nessuno, non bisogna lasciare questi giornalisti soli in quella narrazione, perché spesso la solitudine è la condizione di rischio più alta. Spesso non succede: ci siamo indignati e preoccupati per le storie che passavano sotto i riflettori, mentre nell'ombra sono successe vicende tragiche di cui raramente sentiamo parlare.

      Per la prima volta in 50 anni la Commissione Antimafia si è occupata del rapporto tra criminalità organizzata e informazione, che però non è certo una novità.
      Il tentativo delle mafie di influenzare l'informazione è antico. Quello che cambia e si affina sono gli strumenti di questo processo di condizionamento. Un tempo si sparava. Adesso si corrompe, si infierisce sui freelance, si chiedono milioni di euro di danni attraverso plotoni di avvocati. Ci sono strumenti meno chiassosi dei colpi di pistola, ma che alla fine possono ottenere ugualmente il loro scopo. Il fatto che adesso la Commissione se ne occupi è il segno che c'è un'urgenza.

      Claudio Fava. Foto via Wikimedia Commons

      "Se i giornalisti tacessero, vivremmo in una condizione di libertà sospesa. Anzi: vigilata dai silenzi degli altri."

      Quant'è importante per le mafie controllare l'informazione sul territorio?
      È fondamentale: per le organizzazioni criminali, controllare i media garantisce impunità. Un'informazione libera permette invece di costruire un'opinione libera, autonoma, autorevole. L'informazione fa questo: ci mette in condizione di costruirci un nostro punto di vista. Se i giornali non raccontassero, noi non sapremmo cosa accade attorno a noi. Se i giornalisti tacessero, vivremmo in una condizione di libertà sospesa. Anzi: vigilata dai silenzi degli altri.

      Diceva che il modo in cui le mafie agiscono sull'informazione è diverso rispetto al passato. Quali sono gli strumenti di oggi?
      La Relazione della Commissione ci racconta anche com'è cambiata la mafia, e quindi come deve cambiare il modo di raccontarla. Le organizzazioni criminali un tempo si limitavano a violenze e minacce più essenziali e più prevedibili: spari, aggressioni. Adesso c'è anche il ricorso a strumenti più sofisticati, che passano attraverso la capacità di isolare il giornalista, di utilizzare contro di lui strumenti del diritto abusando della loro funzione. E anche attraverso le "scomuniche," che vengono celebrate nell'Aula consiliare dal sindaco di turno o in chiesa dal parroco di turno quando c'è da additare un cronista troppo zelante come pericolo per quella comunità.

      Un punto della relazione è dedicato alle querele pretestuose. In che modo queste condizionano i giornalisti?
      Le querele temerarie hanno la capacità di isolare economicamente il giornalista. Parliamo spesso di cronisti freelance, che non hanno contratto o ne hanno uno approssimativo, che vengono pagati pochi euro ad articolo. Per fare male a un giornalista, per costringerlo a tacere o a occuparsi di altro, a volte può essere sufficiente anche farlo sentire economicamente e professionalmente solo, muovendo contro di lui voci e strumenti che non appartengono soltanto alle mafie, nel senso più ortodosso.

      "Non bisogna lasciare i giornalisti soli in quella narrazione: la solitudine è la condizione di rischio più alta."

      Viene spontanea una domanda. Cos'è stato fatto per proteggere i giornalisti in questi decenni?
      Personalmente risponderei con un'altra domanda: cos'è stato fatto dai giornalisti stessi? Perché non dobbiamo immaginare che qualcuno si occupi o si debba occupare di qualcun altro. I giornalisti, e lo dico da giornalista, devono essere i primi a farsi carico delle condizioni di fatica e dei rischi di questo mestiere. E questo in molti modi: per esempio facendo in modo che, quando un collega rischia, gli altri comincino tutti a raccontare le cose per cui rischia; o decidendo che sia arrivato il momento di occuparsi della normazione dei freelance, giornalisti senza contratto e tutele che sono spesso l'ossatura di molte redazioni, piccole e medie. Un tema da cui non ci si può più distrarre, che riguarda l'ordine dei giornalisti, la Federazione della stampa, gli editori, l'opinione pubblica.

      La relazione parla di "caporalato giornalistico" e indica i freelance come le vittime principali di questa situazione.
      È così. Ecco, per esempio si potrebbe iniziare a capire che oggi il mestiere di giornalista è esercitato anche fuori da quel che prevede la legge, cioè l'appartenenza all'Ordine. E che quei giornalisti senza tessera in tasca, che vengono considerati clandestini, abusivi e invisibili, non sono né clandestini, né abusivi, né invisibili per quelli che ogni tanto li minacciano o addirittura li ammazzano. In Sicilia hanno ammazzato tre giornalisti che "giornalisti" non erano: Mauro Rostagno, Peppino Impastato e Beppe Alfano. La categoria può fare molto per chiedere a se stessa e per se stessa dosi adeguate di attenzione. E invece c'è distrazione, assuefazione e persino una punta di rassegnazione. I dati che ci ha consegnato Ossigeno parlano di più di duemila giornalisti minacciati in poco più di un lustro. Sono dati che dovrebbero togliere il sonno, e invece sembriamo rassegnati a convivere con queste cose. Sono problemi di cui dovremmo farci carico tutti, non soltanto la parte politica, ma anche quella professionale.

      Come reagiscono gli editori e i giornalisti italiani a minacce e pressioni? Capita che qualcuno si autocensuri?
      Certo, succede. Se vieni minacciato e non hai le spalle robuste - perché lavori per un piccolo editore, ti pagano poco e i tuoi colleghi se ne fregano - puoi anche decidere di autocensurarti. In Sicilia, ad esempio, è accaduto tante volte. Lo fai per paura, lo fai per carriera, per avere sempre un'aria rassicurante nei confronti dei tuoi amici o del tuo editore. Ma è chiaro che quando un giornale decide di non raccontare, vuol dire che ci sono tanti in quella redazione che si impegnano a non farlo o a non supportare chi lo fa. Poi non è che lo facciano necessariamente perché sono complici, ma perché si sceglie la via più semplice.

      La "via più semplice" è quella scelta da quella parte d'informazione definita "contigua, compiacente o persino collusa con le mafie"?
      Uno degli episodi raccolti e raccontati nella relazione ricorda la visita di un capomafia, Giuseppe Ercolano, nello studio del direttore editoriale de La Sicilia (il quotidiano di Catania ndr), Mario Ciancio. Secondo quello che è emerso dagli atti giudiziari e dalle testimonianze raccolte, il capomafia fu accompagnato a colloquio con il direttore da un piccolo stuolo di zelanti giornalisti, e nessuno si pose il problema di cosa potesse rappresentare per quel giornale, per quella città e per quella redazione il fatto che un capomafia venisse ricevuto con tutti gli onori alla presenza di illustri rappresentanti della redazione. Alla fine venne considerato, diciamo, "il danno minore". Ecco, la riduzione del danno era far finta di nulla, tacere e parlar d'altro.

      A partire da questa relazione pensa che le cose cambieranno?
      Questa relazione è un passo importante, intanto perché è la prima nella storia della commissione Antimafia. Ovviamente il peso che avrà dipenderà dall'eco che riuscirà ad ottenere. È importante perché racconta elementi di novità e propone anche alcuni percorsi correttivi.

      Ecco, cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione?
      Abbiamo proposto una soluzione normativa, che è quella di intervenire sul tema delle querele temerarie che vanno riviste e punite in modo diverso da come viene fatto adesso. Non con un'ammenda, ma costringendo chi si avventura dolosamente in un percorso giudiziario per colpire, intimidire, condizionare un giornalista a pagare una parte considerevole in percentuale di ciò che ha chiesto come risarcimento del danno. Un'altra cosa poi è intervenire sulla condizione dei freelance, che hanno bisogno di garanzie contrattuali. E un terzo punto è raccontare non solo le minacce, ma anche le storie di cui parlano i minacciati. È una necessità civile che la Commissione sente di rivolgere a tutti, soprattutto ai giornalisti.

      Crede che questo appello verrà accolto? Dalla società e dalla politica, intendo.
      Spero e credo che ci sia una generazione sempre più numerosa e consapevole di giovani giornalisti che si comporteranno così. Dal punto di vista politico ci sono due percorsi di legge, uno al Senato sulla legge sulla stampa e uno alla Camera sul processo civile e su entrambi occorrerà intervenire. Quello che vorremmo poter fare è una proposta di intervento normativo che venga direttamente dalla Commissione Antimafia.


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      Argomenti: mafia, italia, informazione, giornalismo, media, libertà, espressione, rapporto mafia giornalismo in italia, relazione commissione antimafia, pino maniaci, lirio abbate, commissione antimafia, claudio fava, intervista, crimine

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