The VICE Channels

      Facebook in carcere: dentro il controverso rapporto tra i detenuti italiani e i social

      Facebook in carcere: dentro il controverso rapporto tra i detenuti italiani e i social Facebook in carcere: dentro il controverso rapporto tra i detenuti italiani e i social Facebook in carcere: dentro il controverso rapporto tra i detenuti italiani e i social
      La pagina Facebook di Rudy Guede. [Grab via Facebook]

      Crimine

      Facebook in carcere: dentro il controverso rapporto tra i detenuti italiani e i social

      Di Leonardo Bianchi

      Lo scorso maggio è stata pubblicata su Facebook una foto in cui si vede una tavola imbandita di tutto punto, con diverse persone sedute e intente a festeggiare. Una scena 'normale', ma in un contesto del tutto inusuale: la celebrazione si svolge infatti all'interno del carcere di Montorio Veronese, e i partecipanti sono dei detenuti.

      Ad accorgersene è stata la procura di Vicenza, che – scrive Il Giornale di Vicenza – "da anni indaga sulle imprese criminali attribuite ad Emanuel Demaj, il boss albanese di 31 anni per il quale, nei giorni scorsi, il pubblico ministero Silvia Golin ha chiesto 16 anni di reclusione perché lo ritiene il vertice di una banda che metteva a segno rapine."

      Qualche mese prima, altre foto pubblicate sui social network avevano sollevato una quantità infinita di polemiche – quelle in cui Doina Matei, la donna romena condannata per aver ucciso a Roma Vanessa Russo, era ritratta nella sua quotidianità di detenuta in regime di semilibertà.

      Diversi commentatori avevano sollevato "ragioni di opportunità," e Massimo Gramellini – ad esempio – si era chiesto se Matei avesse "il diritto di mostrare la sua contentezza al mondo, e quindi anche ai parenti della vittima, attraverso un social network." L'utilizzo di Facebook aveva avuto conseguenze pesanti: in un primo momento, la semilibertà le era stata revocata; in seguito, però, il tribunale di sorveglianza l'aveva riammessa al beneficio carcerario, con il divieto dell'"accesso a tutti i social network e, comunque, a Internet."

      Più recentemente, infine, ha fatto discutere la dichiarazione del sottosegretario alla giustizia Gennaro Migliore di concedere l'utilizzo di Skype ai detenuti comuni al posto delle abituali schede telefoniche – una proposta che sul Fatto Quotidiano è stata tramutata in un'inesistente apertura ai boss mafiosi, con tanto di titolo fuorviante e oltremodo allarmista: "Il governo del carcere molle: 'Diamo Skype ai mafiosi'."

      Quelli elencati qui sopra, insomma, sono solo alcuni degli episodi che evidenziano in maniera lampante quanto sia delicato e controverso il rapporto tra carcere, detenuti, social network e Internet. Chiaramente, si tratta di un fenomeno che va ben oltre i confini italiani: in tutto il mondo si sta cercando di capire se sia possibile coniugare le nuove tecnologie con i "vecchi" istituti di pena.

      In Italia, come noto, l'utilizzo dei cellulari delle carceri è severamente proibito; così come lo è l'accesso a Internet, alle mail e a Skype, fatti salvi i rari casi in cui lo conceda l'amministrazione penitenziaria.

      Il punto è pertanto il seguente: nel 2016, ha ancora senso tenere in piedi un apparato così stringente e indiscriminato per tutti i detenuti? È giusto che Internet – al netto delle ovvie esigenze di sicurezza – debba tassativamente rimanere fuori dalle prigioni?

      "Ci siamo spesi molto in generale sulla possibilità di utilizzo del web in carcere, anche come strumento di informazione," spiega a VICE News Susanna Marietti, vicepresidente dell'associazione Antigone. "È assurdo che detenuti senza censura sulla posta debbano ancora usare il francobollo come a metà del Novecento."

      Negli ultimi anni, comunque, in tal senso ci sono stati diversi esperimenti per portare Internet nelle carceri italiane o per permettere ai detenuti di comunicare con l'esterno attraverso il web.

      Dal 2005 ad esempio è online Dentro e fuori, il "primo blog scritto da persone attualmente detenute nelle carceri." Si tratta di un progetto sperimentale che è attivo nella Casa Circondariale Lorusso-Cutugno di Torino, e che ha l'obiettivo di "istituire un ponte di comunicazione tra persone detenute [nella VI sezione del padiglione A del carcere in questione] e società, favorendo lo scambio di informazioni, conoscenze e riflessioni."

      Il sistema adottato dal blog – come spiega lo stesso sito – consiste nella visita settimanale in carcere dei giornalisti della rivista tematica torinese Il Contesto, i quali "si recano personalmente in sezione per consegnare i messaggi lasciati ogni settimana dai visitatori di www.dentroefuori.org, stampati su carta, e per ritirare i testi scritti dai detenuti. Questi testi, che possono essere controllati dall'amministrazione carceraria secondo le norme in vigore, vengono copiati e pubblicati sul sito."

      Come viene aggiornato il blog Dentro e fuori. Via

      Ci sono poi alcuni casi individuali di detenuti che si avvalgono di volontari per far sentire la propria voce all'esterno del carcere. Uno di questi è Carmelo Musumeci, che probabilmente è il carcerato più "famoso" d'Italia nonché l'ergastolano ostativo che ha fatto "dell'abolizione della pena perpetua la sua battaglia."

      Oltre ad aver preso tre lauree e aver scritto diversi libri, Musumeci ha un proprio sito web e una pagina Facebook. La sua presenza online è curata da Nadia Bizzotto, che fa parte della Comunità Papa Giovanni Paolo XXIII fondata da don Oreste Benzi.

      "Io e lui ci sentiamo e vediamo molto spesso, mediamente almeno una volta a settimana – a volte per delle ore, a volte meno," spiega Bizzotto a VICE News. "Pubblico tutto quello che lui scrive, al massimo correggo qualche errore ma non cambio mai forma e contenuti; sostanzialmente, metto quello che lui produce. Mi opero soltanto per quella voce che lui non può avere fuori. Laddove non è necessario, faccio le cose come vuole lui, nei tempi che vuole lui, e nelle modalità che vuole lui."

      Fino al marzo del 2015, quando Musumeci ha ricevuto il permesso di uscire dal carcere, l'ergastolano non "aveva mai visto il suo sito, o Internet, o una email." Tutto funziona attraverso il supporto cartaceo, racconta Bizzotto a VICE News: "La gente scrive all'indirizzo del sito, io stampo e gli consegno tutto, lui risponde e materialmente mi dà altra carta (o la spedisce per posta); a quel punto io ricopio e rimando."

      La volontaria sottolinea che Internet – che Musumeci ha potuto vedere per la prima volta solo nel 2015, quando gli è stato concesso il permesso di uscire – è stato assolutamente fondamentale: "Se non ci fossimo stati noi che facevamo da tramite, tutto questo sarebbe rimasto sepolto nell'oblio. Il terrore che hanno tutti quelli che stanno dentro è di vivere delle cose di cui fuori non si saprà mai nulla. E il desiderio di essere pubblicati e letti è un bisogno primario di tutti quelli che incontro in carcere."

      Carmelo Musumeci mentre guarda il suo sito su un portatile. Foto via Facebook

      Un altro caso particolarmente interessante di "diritto all'identità digitale per i detenuti" è quello che riguarda Rudy Hermann Guede, condannato in via definitiva per il concorso nell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Nel gennaio del 2016 Guede è stato protagonista di una puntata della trasmissione di Franca Leosini Storie Maledette, ed ha veicolato un'immagine di sé molto diversa da quella che fino ad allora gli era stata ritagliata addosso dai media.

      L'apparizione televisiva, tuttavia, era solo il primo tassello di una strategia comunicativa che si è successivamente sviluppata anche sui social media, tramite l'apertura dell'account Twitter e della pagina Facebook. Entrambe sono gestite da uno staff del Centro per gli studi criminologici di Viterbo, che ha ricevuto una delega formale dal detenuto.

      Il portavoce di Guede è Daniele Camilli, che è anche l'amministratore della pagina. "Insieme al mio collega Pierluigi Vito, che si occupa dell'account Twitter, ogni giovedì andiamo nel carcere [il Mammagialla di Viterbo] parliamo con Rudy e con lui impostiamo di volta in volta la comunicazione su Facebook. Lui ci da degli spunti, e io elaboro il testo a partire dalla struttura che fornisce lui. Poi attorno a questa si sviluppa tutto l'impianto narrativo."

      Quest'ultimo – continua Camilli – è quello di "destrutturare e de-narrare l'immagine che era stata data di lui" per poi "poterne narrare una nuova, fondata su quella che è la persona Rudy Guede." Da un lato la pagina punta a "raccontare chi è nella realtà, anche nella sua condizione di detenuto"; dall'altro, si tratta di "fargli esprimere il suo punto di vista, che non si limita alla condizione carceraria o al fatto che lo ha visto condannato in via definitiva, ma spazia su tutti gli altri fronti."

      Per il portavoce, dunque, un lavoro del genere "per certi aspetti rappresenta un precedente, che è valido per Rudy Guede ma che potrebbe esserlo per qualsiasi altro detenuto che si doti formalmente di un ufficio stampa o di un portavoce."

      "Abbiamo creato un nuovo strumento," conclude Camilli, "per dare uno spazio in più a quella che è la libertà di parola di un detenuto – che comunque si deve muovere all'interno di determinate regole."

      E a proposito di regole, sia il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP) che il Ministero della Giustizia sembrano – almeno sulla carta – intenzionati a rivedere un approccio che finora è stato di totale chiusura. Nel novembre del 2015, il DAP ha emanato una circolare in cui caldeggia un maggiore accesso a Internet nelle carceri, poiché "l'utilizzo degli strumenti informatici da parte dei detenuti ristretti negli Istituti penitenziari appare oggi un indispensabile elemento di crescita personale ed un efficace strumento di sviluppo di percorsi trattamentali complessi."

      Raccomandazioni analoghe sono state fatte anche nel corso degli Stati Generali dell'Esecuzione Penale, tenutisi nell'aprile del 2016. Nel documento finale si legge che la mancanza degli "strumenti di comunicazione e di conoscenza del mondo esterno" (tra cui cellulari, Internet e video-telefonate) è uno dei fattori che condannano un detenuto "a rimanere infecondo dal punto di vista della risocializzazione."

      In più, si consiglia di estendere il "servizio di posta elettronica in partenza e in arrivo per i detenuti" e di equiparare alla "corrispondenza telefonica" l'accesso al "collegamento audiovisivo con tecnologia digitale, con la prospettiva che nel prossimo futuro i due tipi di collegamento (telefonico e via rete internet) potranno essere indifferentemente utilizzati dai detenuti."

      Ma nonostante questi propositi, Susanna Marietti sostiene che ci sia ancora molto da fare: "La mia lettera di carta nessuno la controlla, ma nonostante ciò la mail non la posso mandare – così, senza alcun motivo, se non per una tara culturale e per la pigrizia organizzativa della macchina pachidermica che è il sistema penitenziario italiano."

      "Così come è assurdo che un detenuto non possa leggere gratis Repubblica.it ma debba pagarsi Repubblica cartacea, e spesso neanche riesce a farsela arrivare. Come si informano? Come votano consapevolmente, quelli che possono farlo? Quali diritti civili garantiamo?" si chiede la vicepresidente di Antigone.

      "Nessuna restrizione ha ragione di esistere, se non legata a seri motivi giudiziari (comunicazioni mafiosi, inquinamento di indagini ecc)," conclude Marietti. "Ma il non uso di internet da parte dei detenuti è quasi sempre solo vessatorio: in carcere bisogna essere indietro di cento anni per principio."


      Segui VICE News Italia su Twitter, su Telegram e su Facebook

      Segui Leonardo su Twitter: @captblicero

      Foto in apertura dalla pagina Facebook ufficiale di Rudy Guede.

      Argomenti: carceri, prigioni, carcerati, detenzione, web, internet, facebook, social network, rudy guede, carmelo musumeci, crimine, diritti, franca leosini

      Comments

      comments powered by Disqus

      Ultime notizie

      Altre News

      Features